Abbiamo adottato Adolefiglia nel 1999.
La conoscemmo in una fredda mattina di aprile, in un orfanotrofio presso la sua città, nel Sud Italia. Aveva nemmeno 5 anni, ma era già una personcina con il suo bel carattere.
Era stata dichiarata adottabile dopo che la madre – tossica e implicata in giri loschi – se l’era dimenticata per strada e il padre entrava e usciva dalle patrie galere (ma almeno ebbe il senso di responsabilità di rinunciare alla patria potestà senza porre ostacoli); per un breve periodo era stata in affido dalla nonna, la quale poi però si era gravemente ammalata, e aveva chiesto aiuto ai servizi sociali: facendo il gesto d’amore più bello che una nonna potesse fare: regalarle la possibilità di avere una nuova famiglia. Crediamo che oggi quella nonna sia morta, e non posso fare a meno di pensarla con un enorme senso di gratitudine, benché non l’abbia mai conosciuta personalmente.
Adolefiglia era dunque Bimbafiglia: solare, allegra, impertinente, affettuosissima, si una simpatia travolgente, mi chiamò papà dopo un giorno che mi conosceva, ancora in istituto dalle suore.
Ora, come tutti gli adolescenti, trascorre il tempo libero con gli amici o su Facebook.
E le è venuta voglia di conoscere la sua famiglia biologica.
O per meglio dire il padre biologico, perché la madre l’ha depennata dall’elenco degli esseri viventi.
Così, per un po’ ha navigato cercando quel nome. Ha trovato uno che si chiama così, nella sua città (ma probabilmente non è lui, il suo è un cognome abbastanza comune laggiù, e lui ha un nome di battesimo comunissimo: come se si chiamasse Ciro Esposito a Napoli, per capirci).
Lo ha contattato, ammiccante, con nostra grave preoccupazione perché Adolefiglia è carina e ha un bel fisico, non so se mi spiego.
Fortunatamente il tizio non ha reagito, e non essendo probabilmente “quel” Ciro Esposito, non ha capito le allusioni di Adolefiglia; con un certo imbarazzo, non le ha dato spago. Ogni tanto si trova anche gente di buon senso in giro.
In seguito, mesi di silenzio.
Adolefiglia non ne parlava più. Un giorno, in dicembre, sono andato con cautela sull’argomento, e lei mi ha detto, con le lacrime agli occhi: “Se avesse tenuto a me, non sarebbe finito in galera. Non voglio più sapere nulla di lui.”
Un moto di egoistico giubilo paterno non è riuscito a sopraffare un gran senso di pena e tenerezza.
E’ una ferita che non le si rimarginerà mai.
Nonostante il nostro amore.