Ventiquattro anni, quasi, passati insieme, e una figlia oggi sedicenne. Gli ultimi dieci, un inferno sempre peggiore, che si è trasformato in un incubo. La sua depressione che galoppa, lei che non si cura … A volte, nelle sue crisi aggressive, fa persino dei discorsi illogici. Due anni e mezzo di terapia di coppia. Inutili. Secondo me il terapeuta non ha capito la gravità della situazione. Oppure se ha capito, mi domando perché, perché non ha mai fatto emergere il suo stato mentale. Ora sento che qualcosa tra noi si è definitivamente spezzato. Alla seduta di oggi ho detto che se non vedrò un apprezzabile miglioramento tra noi nei prossimi mesi, per quanto mi riguarda non c’è altro che la separazione.
IL terapeuta, ascoltatici entrambi, conclude che il nostro matrimonio è morto. Mi chiedo se per lei sia stato un brutto colpo o una liberazione. Propendo per la seconda. Mi rendo conto di avere ancora un attaccamento viscerale. Negli ultimi mesi, per decine di volte al giorno il pensiero correva a lei in automatico, come una cara, felice abitudine. Non so quali siano i nessi cognitivi ed emotivi. Mi bastava un odore, un colore, un angolo di Milano, un ricordo, una frase di qualcun altro, un titolo di giornale che non c’entra apparentemente nulla con la nostra storia, e il pensiero corre a lei. Allora qualcosa in me mi sgrida: “Sveglia, renditi conto ch state per lasciarvi!” E avvertivo un gran vuoto. Una stranissima sensazione.
Mi prefiguro la solitudine più totale, a cinquantanni. Mi sento mancare la terra sotto i piedi. Non è paura, sento che me la caverò in un modo o nell’altro, è più – come dire? – un senso di vertigine. Il dolore mi assale a ondate, soprattutto – chissà perché – per la strada. Lo sforzo di trattenere la disperazione si solidifica in una sensazione di oppressione retrosternale, mi si chiudono la gola e la bocca dello stomaco, mi rendo conto di fare strane smorfie per controllarmi. Se volevo la prova di amarla, eccola qui. Ventiquattro anni, mio Dio. E i sogni e i progetti, e la casa e la figlia, e le vacanze e il lavoro, e tutto il resto che non tornerà mai più. E mi vedo un giorno tornare a casa dallo studio, trovare la casa (quale? dove?) fredda e sileneziosa, buia. E mi vedo mangiare solo e in silenzio, in cucina (quale?), guardando la TV distrattamente. E mi vedo sul divano, a leggere, solo. E mi vedo prepararmi per entrare in un letto troppo grande. Nessuno al mondo, sulla faccia della Terra, per me. Non avevo mai pensato che per l’uomo che se ne deve andare (è quasi semrpe lui che deve andarsene) è molto più dura. Lei perde solo un marito che non sipporta più tra i piedi. Lui perde tutto: moglie, casa, famiglia. Tutto. Ci vuole una resilienza terrificante.
Conosco un modo di dire argentino che fa, più o meno, così:
“Ciao, come stai?”
“Bene, grazie, o vuoi che ti racconti?”
Ecco, come stai?
Un abbraccio, v.
Commento di valeria — 22 febbraio 2010 @ 20:19
Sai che non lo so??? Un gran senso di vuoto, sì.
Un dolore profondo, certo. Ma ontemporaneamente anche una gran voglia di ricominciare, di ricostruirmi una vita del tutto mia. LA solitudine ha anche i suoi vantaggi, come direbbe Beata…:-)
Certo che è dura.
Commento di Dati e Fatti — 24 febbraio 2010 @ 08:17
ah, sì. È dura come il ferro accettare l’impermanenza.
)
Resta un percorso interessante.
Cari saluti, v.
Commento di valeria — 1 marzo 2010 @ 20:26
mi dispiace
Commento di panattonimarco — 30 marzo 2010 @ 11:18
Grazie Valeria.
Grazie Marco, so che sei sincero.
Commento di datiefatti — 31 marzo 2010 @ 18:19