Comincio da oggi a proporre una serie di riflessioni sull’economia e la politica degli ultimi decenni.
UN MARE DI PANZANE
E così adesso cominciano a ricredersi. Forse. Mi riferisco agli opinion leader di casa nostra. Tutto cominciò nel 1976, quando venne discutibilmente assegnato il premio Nobel per l’economia a tale Milton Friedman, un segnale sinistro. M.Friedman era l’esponente di punta della scuola di economisti di Chicago. Per farvela breve, stiamo parlando di gente che rifiutava apertamente l’idea che le aziende avessero anche un benché minimo limite di responsabilità sociale (per esempio verso l’occupazione, o l’ambiente). Ma soprattutto, furono i teorizzatori di alcune balle spaziali, con le quali ci hanno intossicato i cervelli per quarant’anni, e che hanno dato il “la” a personaggi come Ronald Reagan, che di economia non capiva una cippa, salvo che tutto ciò che era anti sociale andava, secondo lui, molto bene (emblematica la Thatcher: “La società? Non esiste.)” Ebbene, una di queste balle spaziali fu la famigerata Curva di Laffer. Cos’è la cuva di Laffer? Non l’avete quasi mai sentita chiamare così, ma è quel modello matematico che, applicato all’economia, vorrebbe dimostrare che meno tasse chiedi ai ricchi, più le pagano. Un’idiozia, evidentemente. Eccola qui, la cito da Wikipedia. “La curva di Laffer è una curva a campana che mette in relazione l’aliquota di imposta (asse delle ascisse) con le entrate fiscali (asse delle ordinate) che l’economista dell’università della South California (USA) impiegò per convincere l’allora candidato repubblicano alle presidenziali del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette. Secondo Laffer esisteva un’aliquota, corrispondente all’ascissa del punto più alto della curva a campana, oltre la quale un aumento delle imposte avrebbe disincentivato l’attività economica e quindi ridotto il gettito. (…) e pertanto una riduzione delle aliquote avrebbe prodotto un aumento dell’attività economica e quindi delle entrate fiscali. Mancava tuttavia una qualsiasi evidenza empirica di tale tesi.” Anche se è vero, aggiungo io, che in valore assoluto aumentarono un po’, come sempre quando l’economia va bene perché si produce più reddito, ma rimane che in percentuale sul PIL diminuirono: i ricchi continuavano a evadere quanto e più di prima. Proseguiamo: “Si dice, ironicamente, che una delle maggiori qualità della Curva di Laffer è che poteva essere spiegata ad un membro del congresso americano in mezz’ora e questo ne poteva parlare per sei mesi [3]. Il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz l’ha definita, nel suo libro I ruggenti anni Novanta, “una teoria scarabocchiata su un foglio di carta.” Del resto, in Italia è da metà anni Settanta che sento la borghesia imprenditrice affermare che da noi si pagano troppe tasse in relazione ai servizi dello Stato e che quindi chi evade ha un certo grado di legittimità. Panzane. All’epoca, la pressione fiscale era del 28%, contro l’attuale 43%. Hai capito? Ventottopercento. Ed evadevano uguale. Ora Berlusconi ci dice che insomma, oltre il 33% è giusto e comprensibile evadere. Legittima difesa capisci. Altra panzana sesquipedale è che l’Italia è poco competitiva per il costo del lavoro. In termini percentuali (rapporto tra costo del lavoro e salari netti) era e rimane vero che i lavoratori e quindi le aziende sono piuttosto tartassati, ma nessuno dice mai che la tassazione in Francia e Germania è superiore alla nostra, ma la loro competitività è enormemente migliore della nostra. In compenso, con questa giustificazione, si sono costretti i salari a rimanere fermi in termini reali alla fine degli anni Novanta. I poveri sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi. (continua)